Smettiamo di chiamarli svogliati: se lo studente fallisce, spesso è la scuola a essere inadatta
Se si valuta solo il risultato senza cercare indicatori di percorso, le metodologie attive sono la chiave per cambiare passo
Nicola Simoncelli
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“È intelligente, ma non si applica”. Per anni questa frase è servita a spiegare un andamento scolastico non soddisfacente senza mettere in discussione il sistema, come se la scuola fosse neutrale rispetto alle cause di insuccesso di chi non riesce a frequentarla con profitto. Così abbiamo trasformato il disagio nell’apprendimento in un difetto individuale, bollando come “svogliati” o “inadatti” studenti che mostravano distacco o disinteresse, spesso come reazione a un contesto in cui non si sentivano riconosciuti.
Oggi qualcosa sta cambiando e cresce l’apertura a considerare l’insuccesso scolastico come il risultato di un concorso di cause. Un cambio di sguardo che porta a chiedersi se le ragioni, prima ancora che nello studente, non vadano ricercate nel sistema scuola. Perché, se per anni allo studente è stato chiesto di adeguarsi a un ambiente normativo, oggi si fa strada l’idea opposta: è la scuola che deve adattarsi agli studenti, diventando sempre di più “su misura”. Non per seguire un trend, ma per rendere più concreto il diritto allo studio e non trasformare l’istruzione in un filtro selettivo che favorisce solo chi si conforma, lasciando indietro chi non riesce a tenere il passo.
Per troppo tempo “la scuola non fa per lui/lei” è stata una frase usata dagli insegnanti per orientare i genitori verso percorsi professionali per i figli, invece di incoraggiare una carriera scolastica. E non c’è nulla di sbagliato se, superata l’età dell’obbligo, lo studente compie una scelta consapevole e decide di investire su una strada professionale. Ma per esserne certi dobbiamo prima capire se è davvero una scelta, oppure se stiamo semplicemente leggendo male segnali che chiedono attenzione e un cambio di contesto.
Osserviamo come si comporta un bambino quando incontra qualcosa di nuovo. Non cerca subito una risposta univoca. Si muove tra possibilità. Prova, combina, inventa, fa collegamenti imprevisti. È un funzionamento naturale che, in psicologia, viene descritto come pensiero divergente. Questa capacità di aprire strade, generare alternative e immaginare soluzioni non ancora tracciate è una risorsa strettamente legata alla creatività. Ed è anche ciò che sostiene l’apprendimento più autentico, quello che nasce dall’esperienza, in cui si costruiscono significati, si aggiustano le strategie e si trova un senso personale a ciò che si sta facendo.
Poi il bambino cresce e la scuola gli chiede di concentrare gli sforzi applicando ciò che gli è stato insegnato. Di scegliere tra opzioni già predisposte. Di restare dentro un percorso, dentro una postura, dentro una forma. Entra in scena il pensiero convergente, fondato su logica e pianificazione, quello che spinge verso una soluzione unica, che privilegia la risposta corretta e la prestazione misurabile. Il pensiero convergente è utile, nessuno lo mette in dubbio. Serve a verificare, consolidare, arrivare a un risultato approvato. Il problema nasce quando diventa l’unica via praticabile, quando la scuola, per paura di uscire dal campo del misurabile, finisce per premiare quasi esclusivamente l’esito finale e non la qualità del percorso.
È qui che l’errore cambia natura. Smette di essere un indicatore di rotta, come accade nei processi adattivi del bambino, e assume un valore negativo. Diventa svalutante e, quando è reiterato, può trasformarsi in uno stigma. Non è più informazione, ma colpa. E quando l’errore è colpa, la curiosità diventa un rischio.
A quel punto molti studenti non diventano svogliati. Diventano prudenti, rigidi, silenziosi. Oppure esplodono. Perché se chiedi a una mente che lavora meglio con immagini, azione, movimento, intuizioni e associazioni di idee di uniformarsi a un canale unico, prima o poi quella mente può attivare meccanismi di autodifesa e cercare una via di fuga. E la difesa, vista da fuori, rischia di essere letta come resa o disinteresse.
Frasi come "potrebbe fare di più" o "non studia" smettono di essere osservazioni e diventano accuse che colpiscono lo studente e travolgono la famiglia. I genitori, sentendosi responsabili del fallimento, reagiscono spesso aumentando la pressione a casa o entrando in rotta di collisione con i professori. Resta però invisibile il vero colpevole: un sistema che giudica gli effetti senza curarsi delle cause, trasformando la scuola in un luogo dove ci si sente incastrati invece che valorizzati.
A questo quadro si sommano spesso i giudizi svalutanti degli adulti di riferimento. Etichette che rischiano di essere interiorizzate fino a diventare identità. Perché la scuola non trasmette solo competenze. Modella anche il carattere e il modo di relazionarsi con il mondo. Se uno studente si convince di essere “quello che non ce la fa”, smette di tentare. Non per pigrizia, ma perché lo sforzo diventa un costo emotivo insostenibile quando ogni prova è accompagnata dalla paura del fallimento. Molti studenti non rifiutano la conoscenza, ma piuttosto la mancanza di senso. Se l’apprendimento si riduce ad ascoltare, memorizzare, ripetere, essere giudicati, allora studiare diventa sopportare. E in quel caso la mancanza di motivazione non è una colpa dello studente. È un effetto collaterale del sistema.
Eppure esistono alternative. Le metodologie attive mostrano con chiarezza che l’insegnante non può più essere soltanto un distributore di nozioni ma deve diventare un mediatore culturale e di senso, se vogliamo trasformare l’ambiente didattico. La classe deve diventare un laboratorio vivo, dove il sapere si costruisce, si discute, si manipola, si sperimenta.
Cosa significa, in concreto?
Imparare facendo. Non più teoria calata dall’alto, ma compiti autentici, sfide reali, problemi condivisi, legati al mondo percepito. Quando lo studente lavora su ciò che vive, l’apprendimento diventa attivo e significativo, e l’energia mentale torna a circolare.
Errore come risorsa. In una scuola che sa adattarsi, sbagliare è parte integrante del processo cognitivo. Se l’errore viene punito, lo studente impara a nascondersi. Se viene accolto, analizzato, discusso, diventa leva di crescita.
Collaborazione invece di competizione. In un gruppo eterogeneo emergono strategie, talenti, visioni differenti. È lì che la diversità diventa valore, non quando si proclama che “ognuno ha la propria intelligenza” e poi si misurano tutti con lo stesso metro.
Fin qui potrebbe sembrare una proposta educativa auspicabile, magari urgente, ma ancora opzionale. Non lo è. È un dovere costituzionale. L’Articolo 3 della Costituzione afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. Se l’organizzazione scolastica o la didattica, così com’è oggi, rappresenta un intralcio per chi apprende in modo diverso, allora la scuola tradisce quella promessa.
Il diritto allo studio non è il diritto di occupare un banco. È il diritto di essere messi nelle condizioni di apprendere e di sviluppare il proprio potenziale. E se è vero che ciascuno di noi apprende in modo differente dagli altri, allora serve modificare i modelli educativi a favore di tutti. Dobbiamo smettere di chiederci se uno studente sia "adatto” al liceo o all’istituto tecnico, e cominciare a chiederci se quel metodo, quella classe, quel modo di valutare siano adatti a ogni studente. Perché il fallimento, troppo spesso, non è la prova di un limite individuale, ma piuttosto la prova di un modello che ancora fatica a riconoscere e adattarsi a ogni individualità.
Finché continueremo a premiare solo i risultati, intesi come obiettivi già stabiliti, senza cercare nuovi indicatori dentro i percorsi di apprendimento, continueremo a escludere chi apprende in modo non convenzionale. A beneficiarne continuerà chi riesce ad adattarsi a un modello uniforme, pensato per tutti e quindi, di fatto, per nessuno. Un modello che finisce per sacrificare unicità e pensiero laterale, che sono proprio ciò che serve per affrontare le sfide complesse nella vita reale.
E soprattutto, continueremo a chiamare “svogliatezza” ciò che spesso è una richiesta di senso, di spazio e di un modo diverso di vivere la scuola.
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