Natale con i tuoi, Smartphone con chi vuoi.
Infanzia, scuola e attenzione: una riflessione sul primo smartphone oltre i divieti e le semplificazioni.
Nicola Simoncelli
12/23/20255 min leggere
Nella corsa all’indipendenza digitale dei più giovani, capita che a Natale si ceda all’insistenza dei figli e, insieme a giochi e vestiti, compaia anche il primo smartphone. Oggi il passaggio tra la fine della scuola primaria e l’inizio della secondaria di primo grado, le medie, è diventato di fatto il momento in cui molti preadolescenti ricevono il primo cellulare personale; il Natale, però, rappresenta spesso l’occasione per anticipare questa tappa, soprattutto quando le richieste si fanno più pressanti. Prima di cedere, vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi che cosa stiamo davvero regalando.
In questi anni ho spesso avuto la sensazione che il dibattito pubblico oscillasse tra due estremi ugualmente poco utili per valutare le implicazioni legate allo smartphone, senza realmente mettere a fuoco il problema. Da un lato il rifiuto ideologico del digitale, dall’altro l’idea che basti “imparare a usarlo bene” per risolvere ogni problema. Ma il punto è un altro a mio avviso.
Lo smartphone viene spesso immaginato come una finestra sul mondo, uno strumento di informazione, un supporto allo studio, un mezzo per restare in contatto con amici e parenti. Tutti aspetti effettivamente apprezzabili. Ma è altrettanto vero che lo smartphone non è un oggetto neutro, ma piuttosto un dispositivo progettato per stare sempre con noi, per interrompere, per catturare l’attenzione, per personalizzare stimoli e relazioni. Quando lo consegniamo nelle mani di un bambino o di un preadolescente non stiamo solo dandogli l’accesso alla tecnologia ma, piuttosto, gli stiamo affidando un mediatore costante di relazioni, contenuti e identità.
Se pensiamo alla nostra esperienza di “immigrati digitali” così chiamati i non nativi, abbiamo inizialmente approcciato lo smartphone come a un intrattenimento passivo, simile alla televisione, per certi versi, cioè un mezzo che non offriva troppa interazione, né tantomeno esposizione personale. Oggi l’esperienza digitale richiede qualcosa di molto diverso, qualcosa di più simile allo sdoppiamento della propria identità, per costruirne una – o più di una – digitale, capace di rappresentarci in modo continuo e pubblico. È un processo identitario complesso, pirandelliano si potrebbe dire, che lasciamo affrontare a bambini e ragazzi in una fase della vita in cui gli strumenti interiori per farlo sono ancora in formazione. Parlare di metaverso oggi non è così distante da quello che già viviamo e confondersi tra realtà vera e rappresentata sono temi che devono fare riflettere.
In mezzo c’è la vita di famiglie e scuole che faticano a coordinarsi, che si trovano sole a prendere decisioni complesse, spesso senza strumenti condivisi. La scuola chiede di limitare l’uso dei cellulari in classe, le famiglie li concedono per motivi di sicurezza o di inclusione sociale, e i ragazzi crescono muovendosi tra messaggi contraddittori.
Il rischio dell’isolamento è uno dei temi che ricorrono più spesso quando si ascoltano genitori e insegnanti. Non si tratta solo di isolamento fisico, ma di una forma più sottile: essere insieme senza esserci davvero, ciascuno immerso nel proprio flusso di notifiche, video, chat; è chiamato phubbing (snobbare gli altri per lo smartphone). È un isolamento che può convivere con una socialità apparente e che, nei più giovani, si intreccia con fragilità emotive ancora in costruzione. Ansia, confronto continuo, paura di essere esclusi, tutte dinamiche che non nascono con lo smartphone magari, ma che lo smartphone può amplificare.
Guardando fuori dall’Italia, colpisce ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Per anni l’educazione digitale è stata sostenuta dall’idea dell’apprendimento “anytime, anywhere”, cioè imparare ovunque e in qualsiasi momento. Questa visione non è stata abbandonata, ma è cambiato lo strumento. Molte scuole hanno fatto un passo indietro rispetto al cellulare personale e uno avanti verso dispositivi forniti e gestiti dall’istituzione scolastica configurati per lo studio, con accessi controllati, senza social e notifiche. L’equivoco diffuso potrebbe forse risiedere nell’aver interpretato “anytime” con significato di “ogni secondo”, volendo fare una battuta, ma essere continuamente interrotti durante un’attività didattica non aiuta l’apprendimento. Sempre più educatori sottolineano che per imparare serve anche continuità, concentrazione, quello che viene definito “lavoro profondo”.
Un altro modello che ha mostrato i suoi limiti è quello del BYOD, “porta il tuo dispositivo da casa”. In teoria sembra inclusivo e flessibile, in pratica ha accentuato disuguaglianze e problemi di sicurezza e privacy. Non tutti hanno la stessa disponibilità di dispositivi e governare un’aula composta da strumenti personali è estremamente complesso. Anche qui, la lezione non è contro la tecnologia, ma è stato necessario sperimentare il modello per comprenderne i limiti e tornare sui propri passi. In Italia questa modalità è ancora diffusa, ma esistono forme e strumenti che mirano ad assicurare che tutti gli studenti abbiano disponibilità di un dispositivo adeguato al percorso.
Secondo LinkedIn News – Big Ideas 2026, il 2026 segnerà una svolta nel rapporto tra bambini, adolescenti e smartphone. Ciò che fino a pochi anni fa appariva inevitabile sta diventando oggetto di un ripensamento culturale, educativo e politico. Anche i dispositivi stanno cambiando: il produttore londinese Nothing ha avviato una partnership con Mumsnet, una delle principali community online per genitori, per lanciare “The Other Phone”, uno smartphone pensato specificamente per adolescenti, con un forte focus su sicurezza e controllo.
La fondatrice di Mumsnet, Justine Roberts, ha raccontato come la prima generazione di genitori abbia sperimentato gli smartphone senza strumenti di tutela adeguati: “Eravamo cavie. I genitori non possono aspettare governi o Big Tech: servono strumenti che lavorino con loro, non contro di loro.”
Ma osservando anche altri paesi, sembra che nel 2026 il dibattito si tradurrà sempre più in scelte normative. In Australia si discute il divieto di accesso ai social per i minori di 16 anni; in Danimarca è prevista la proibizione degli smartphone nelle scuole a partire dall’anno scolastico 2026–27; negli Stati Uniti oltre 20 Stati hanno già vietato l’uso dei telefoni in classe; in Europa diversi Paesi stanno valutando il bando dei social sotto i 15 anni. La pressione arriva soprattutto da famiglie ed educatori, sempre più consapevoli degli effetti dell’iperconnessione.
Il movimento è sostenuto anche dal dibattito scientifico e culturale. Il libro The Anxious Generation dello psicologo sociale Jonathan Haidt ha riportato al centro il legame tra uso precoce di smartphone e social media e l’aumento di ansia, depressione e solitudine tra bambini e adolescenti. A rafforzare il tema, la serie Netflix Adolescence, tra le più viste del 2025, ha contribuito ad accendere una conversazione globale sull’impatto del digitale sulla crescita, affrontando anche temi come il cyberbullismo. Nel Regno Unito, la campagna Smartphone Free Childhood ha già raccolto il sostegno di migliaia di genitori.
Tornando al Natale e alle scelte familiari, è onesto riconoscere che non esiste una soluzione valida per tutti. Le famiglie dovranno decidere cosa fare, tenendo conto dell’età del proprio figlio, del contesto in cui vivono e delle opportunità reali che comporta possedere uno smartphone.
Forse può aiutare cominciare a domandarsi se l'ambiente in cui li facciamo vivere offra realmente alternative. Chiedersi se la scuola disponga di ambienti digitali con cui fare esperienze formative; se a casa esistano ancora spazi e tempo per relazionarsi senza schermi; se noi adulti stiamo offrendo un modello che valorizza la vita reale, non mostrandoci iperconnessi noi per primi. Se queste condizioni esistono, anche la pressione dello smartphone “a tutti i costi” può ridimensionarsi. Ritardare il cellulare personale non significa, quindi, chiudere i ragazzi fuori dal mondo, ma accompagnarli a entrarci con più strumenti. Significa proteggerli in una fase delicata della crescita.
In questo senso, togliere il telefono dalle tasche dei più giovani non significa precludere loro l’accesso alla tecnologia, ma permettere di scoprire chi sono con maggiore libertà, senza doversi misurare troppo presto con uno spazio digitale che, se affrontato senza la giusta preparazione e maturità, può amplificare il senso di isolamento e di inadeguatezza alla vita.
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