Animatore digitale VS Referente per l’Accessibilità e l’Inclusione Digitale
Accessibility by design e UDL tracciano la strada per una scuola più inclusiva e partecipata. Occorre smettere di rincorrere il problema e iniziare a costruire un ecosistema scolastico intrinsecamente flessibile.
Nicola Simoncelli
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Nella scuola di oggi il digitale non è più un supporto opzionale. Dall’amministrazione alla didattica, dal registro elettronico alla valutazione, ogni processo vitale dell’istituzione “respira” attraverso un’infrastruttura tecnologica. Mentre per molti il digitale appare ancora come un’alternativa fredda, o come un’interferenza rispetto alla scuola tradizionale, per chi necessita di tecnologie assistive rappresenta una rivoluzione esistenziale. In questi casi, lo strumento digitale non è una scelta tra le tante, ma la condizione stessa della partecipazione. È un mediatore di autonomia.
Il passaggio decisivo, però, è un altro. In un contesto in cui didattica, valutazione, comunicazione scuola-famiglia e organizzazione scolastica sono sempre più mediate da tecnologie, l’accessibilità digitale diventa un fattore critico di disuguaglianza quando non è progettata e governata in modo adeguato. Non perché “manca il digitale”, ma perché troppo spesso lo si adotta come se fosse neutro, mentre interfacce, formati e piattaforme possono includere o escludere.
Di fronte a questo scenario, l’8 gennaio 2026 il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) ha chiesto un cambio di paradigma, per superare un approccio frammentario in cui l’inclusione digitale resta affidata a iniziative episodiche o alla buona volontà dei singoli. La proposta mette sul tavolo misure strutturali e, tra queste, una richiesta centrale. Valutare l’introduzione di una figura dedicata all’accessibilità e all’inclusione digitale d’istituto, capace di presidiare continuità, competenze e responsabilità, e di collegare scelte tecnologiche e bisogni educativi reali, ovvero il Referente per l’Accessibilità e l’Inclusione Digitale. Nell’anno scolastico 2024/25 gli studenti con disabilità certificata nelle scuole italiane sono stati oltre 331.000. Il CNDDU sostiene che l’aumento di interventi e dotazioni non si sia tradotto automaticamente in un miglioramento della qualità dell’inclusione e richiama criticità molto concrete, dalla non autonomia in attività quotidiane per una parte significativa degli studenti, fino alla carenza o insufficienza di postazioni informatiche adattate in molte scuole.
Il punto chiave è che oggi molte barriere non si vedono, ma ci sono. Colpiscono soprattutto chi le vive in prima persona, perché agiscono sull’autonomia e possono trasformare attività semplici in una sequenza di ostacoli, alimentando frustrazione e senso di esclusione. Un PDF caricato come semplice scansione diventa di fatto illeggibile per chi usa uno screen reader. Un video senza sottotitoli taglia fuori chi non può accedere all’audio e rende più difficile l’apprendimento anche a studenti con fragilità linguistiche o difficoltà di attenzione. Un registro elettronico non navigabile da tastiera, o una piattaforma con troppi passaggi poco chiari, non sono solo “scomodi”, ma diventano freni concreti alla partecipazione. In questi casi la tecnologia non aiuta, perché viene usata in modo selettivo, premiando chi riesce ad adattarsi e lasciando indietro gli altri.
Oggi l’accessibilità digitale non è un “extra” dell’innovazione. È una necessità verticale, con implicazioni pedagogiche e anche di conformità. Richiede un controllo continuo della qualità dei materiali, criteri minimi sulle piattaforme, competenze sulle tecnologie assistive esistenti e capacità di coordinamento tra docenti curricolari, sostegno, segreteria, famiglie e fornitori. In altre parole, richiede governance dell’accesso, non solo promozione del digitale.
Ed eccoci al confronto. L’Animatore Digitale è una figura nata per stimolare l’innovazione metodologica e la cultura digitale, far crescere competenze diffuse, accompagnare progetti, sostenere la comunità scolastica. È un ruolo prezioso, spesso svolto con generosità, e quasi sempre con un carico reale che supera il riconoscimento formale. Proprio per questo, però, è irrealistico pretendere che l’Animatore diventi anche presidio stabile dell’accessibilità. Non per incapacità, ma perché il mandato è diverso.
Il Referente per l’Accessibilità e l’Inclusione Digitale sarebbe una figura chiave proprio perché utile a governare le leve strutturali dell’inclusione, evitando che restino principi astratti o adempimenti episodici. In questa cornice, il CNDDU propone l’introduzione dei LEAD, Livelli Essenziali di Accessibilità Digitale, cioè una “soglia di garanzia” che ogni scuola dovrebbe rispettare per assicurare un accesso reale al digitale, indipendentemente dal territorio, dal budget o dalla presenza di competenze individuali particolarmente avanzate. L’obiettivo è fare in modo che l’accesso non dipenda dalla fortuna di una scuola più attrezzata o di un docente più esperto. Una figura di questo tipo potrebbe fare ciò che oggi manca. Trasformare l’accessibilità da episodio a prassi, da eccezione a base. Definire standard minimi di istituto e renderli routine. Supportare i docenti con strumenti pronti e indicazioni pratiche. Monitorare che le tecnologie non restino inutilizzate o confinate a contesti separati. Essere un ponte efficace con le famiglie, perché spesso la barriera digitale non è solo in classe ma nella continuità scuola-casa.
Accanto a questo, la proposta prevede un fondo permanente dedicato alle tecnologie inclusive, per spezzare il ciclo dei finanziamenti una tantum che coprono l’acquisto iniziale ma non garantiscono continuità, aggiornamento e supporto nel tempo.
Il passaggio più importante, però, non è solo organizzativo. È culturale e progettuale. Serve smettere di pensare alle tecnologie “per la disabilità” come strumenti compensativi, intesi come aggiunte speciali riservate a qualcuno. Questa impostazione, anche quando nasce da buone intenzioni, rischia di produrre stigmatizzazione e isolamento. La direzione più solida è parlare di tecnologie assistive abilitanti. Funzioni e caratteristiche integrate, disponibili a tutti, attivabili quando servono, che rendono l’ambiente più flessibile e adattabile alle differenze. Quando una funzione è normale, non etichetta. Quando una funzione è nativa, non “ecceziona”. È la stessa logica per cui le rampe non aiutano solo chi è in carrozzina, ma migliorano l’accesso per molti.
Qui entra la cornice dell’Universal Design for Learning come traduzione pedagogica dell’Accessibility by design. La relazione tra i due approcci è stretta. L’accessibilità riduce le barriere di ingresso, l’UDL rende l’apprendimento davvero praticabile dentro quella cornice. L’UDL invita a non progettare per uno studente medio inesistente, ma per la variabilità reale della classe, offrendo più modi per accedere ai contenuti e più modi per esprimere ciò che si è imparato. Un materiale ben strutturato non aiuta soltanto chi usa uno screen reader. Aiuta anche chi studia da schermo, chi deve ritrovare velocemente una parte, chi fatica a mantenere l’attenzione. È funzionale per molti e indispensabile per alcuni.
Per questo l’Accessibility by design non è un accorgimento tecnico. È una filosofia progettuale che ribalta l’approccio tradizionale. Invece di creare un contenuto “standard” e adattarlo a posteriori per chi incontra difficoltà, con costi, ritardi e spesso con effetti stigmatizzanti, integra l’accessibilità come requisito fin dall’ideazione. Significa smettere di rincorrere il problema e iniziare a costruire un ecosistema scolastico intrinsecamente flessibile.
Tradurre questo principio in pratica vuol dire lavorare su tre pilastri. Il primo è prevenire le barriere. Se un documento nasce già con gerarchia corretta dei titoli, contrasto adeguato e descrizioni testuali per le immagini, diventa fruibile da subito senza interventi extra. Il secondo è la multimodalità. Offrire informazione e consegne attraverso canali diversi (testo, audio, video sottotitolati), riduce la dipendenza da un solo formato e permette a ciascuno di scegliere la modalità più efficace in base al contesto e alle proprie caratteristiche. Il terzo è l’interoperabilità. Ogni piattaforma e software adottato deve funzionare bene con le tecnologie assistive, evitando conflitti tecnici che isolano lo studente proprio quando dovrebbe partecipare.
L’effetto più potente dell’Accessibility by design è quello che in architettura viene spesso chiamato “effetto rampa”. Proprio come le rampe sui marciapiedi, nate per le sedie a rotelle, che finiscono per agevolare chiunque: chi spinge un passeggino, chi porta valigie pesanti, chi ha un infortunio temporaneo. Allo stesso modo, un design digitale accessibile migliora l’esperienza di apprendimento dell’intera classe.
Quindi ha senso parlare di Animatore Digitale vs Referente per l’Accessibilità e l’Inclusione Digitale, ma solo se quel “vs” significa una cosa precisa. Non competizione tra ruoli, ma chiarimento di missioni. L’Animatore resta fondamentale per la crescita culturale e metodologica del digitale. Il Referente per l’Accessibilità e l’Inclusione Digitale, se introdotto con serietà, può diventare il presidio dell’accesso e della qualità inclusiva del sistema. Insieme, queste due figure possono rendere il digitale non solo presente, ma realmente utilizzabile e condiviso, non stigmatizzante, e capace di aumentare partecipazione e inclusione per tutti.
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